Buonissime premesse

Iniziamo dall’inizio. Il primo videogame su cui ho messo le mani era Pong. Era il 1979, io avevo 8 anni e, per Natale, mio padre ci regalò l’Atari 1600, la prima vera console da gioco. I giochi, che pesavano (in termini informatici) pochi Kilobyte, stavano in enormi scatolotti che si incastravano dentro la console. I joystick sono entrati nella storia proprio con l’atari. Niente di complesso, uno stick e un bottone rosso, ma erano gommosi e comodissimi. Pong, dicevamo. La grafica era lo stato dell’arte. Due barrette fatte da circa 10 pixel (un pixel dell’Atari 1600 era più o meno di mezzo centimetro, sul mio televisore), una pallina quadrata di 4, e una riga tratteggiata a dividere il campo. Il gioco, sinceramente, lo trovavo di una noia mortale anche allora. Sono passati 30 ann, quasi, e io quel vecchio Atari nemmeno ce l’ho più. Dalla mia scrivania sono passati, negli anni, un Commodore 64, un Commodore 128, un Amiga 500 e poi un 600. E una quantità improponibile di PC, a partire dalla fine degli anni ’80 fino a oggi. Sono partito con un XT, un 286 con, credo, 512KB di memoria e 8 MB di disco fisso. Lo schermo era un 14 pollici. Complicato rispetto all’Amiga, i giochi e gli altri programmi stavano su dischi da 3,5″, quelli molli che se li piegavi rischiavi di rovinare tutto. Che poi, alla fin fine, erano gli stessi floppy che si usavano con il Commodore… Poi presi un 386, un 486, un pentium, un pentium II e un pentium III, fino ad arrivare all’attuale Quad Core.

La scheda grafica dell’amiga gestiva 256 colori. Sul primo PC se ne usavano 16, poi 64, poi 256… poi il balzo ai 32.000, ai 65.000, fino agli attuai 16 milioni. Ho sempre pensato che i colori fossero 7… ma allora cos’erano gli altri 15 milioni e rotti?

A metà degli anni ’90 iniziò a farsi strada il vero 3D, grazie anche all’avvento del CD-ROM, che andò a sostituire i quasi vetusti floppy disk da 1,4MB. Pensare che la prima edizione di Windows che provai, la 3.1, stava tutta quanta su 11 floppy. I giochi su 1. Col CD si iniziò a pensare in grande, a mettere tanta grafica e poche idee. Il primo gioco su CD che provai era Seventh Guest, un’avventura grafica (ma tanto, tanto grafica) che proponeva enigmi interessanti.

Negli anni sono stanti tantissimi i giochi che mi hanno appassionato. Da Spy vs Spy sul C64, a Deuteros e Kick Off su Amiga, il mitico Little Big Adventure, poi su PC Elite e Frontier (il seguito di Elite), ma la lista dei miei giochi preferiti è troppo lunga anche per un blog senza limiti di spazio.

Ne parlo per cercare di farvi capire che ho giocato veramente di tutto. Tra i primi a provare Doom, con nottate a giocare in rete con mio nipote. Ho provato simulatori di volo e giochi di calcio, strategici in tempo reale (ho partecipato alla loro nascita, con capolavori come Dune2 e Warcraft), sparatutto in prima persona (Wolvenstein e poi Doom, e poi Quake, Unreale e compagnia cantante), avventure grafiche (la prima che giocai, su C64, era Lo Hobbit, tutta testuale, l’ultima che ho provato stava su 3 DVD). Ho visto l’ascesa di msotri sacri come Will Wright e Geoff Crammond, la Blizzard e i Westwood, i Codemaster e i Bit Brothers.

Sono cresciuto a pane e videogiochi. Ora mi trovo alla soglia dei 40 (anche se manca ancora quel paio d’anni che mi fa sentire un po’ al sicuro) e sono un videogiocatore. Non ce n’è. Siamo in tanti a essere cresciuti con questa passione e credo che sarà impossibile togliercela. Moriremo con accanto la versione 2120 del WII (ho un pelo innalzato la mia aspettativa di vita, sai com’è) e un PC appena ripompato con immani spese.

Nelle ultime due settimane ho ritrovato, dopo un periodo abbastanza piatto, la gioia del videogiocatore, quella che si può solo provare di fronte alla genialità di qualche sviluppatore. Provai quella sensazione di fronte al genio che creò Prince of Persia, con una grafica fluida e realistica nonostante la carenza di pixel. La provai di fronte ad Another World, che aumentava ancora quel senso di realtà, con una grafica anche più curata. La provai giocando a Grand Prix 2, Un gioco di formula 1 che offriva anche la possibilità (che sfruttai subito) di vedere gare senza alcun giocatore impegnato. Spettacolare l’editor della grafica delle auto. Forse un po’ complicato per l’epoca, ma il primo di una lunga serie di Editor che mi hanno entusiasmato negli anni a venire.

Venerdì 5 settembre è uscito in tutto il mondo Spore, un grandioso giocattolo divino. Un gioco per PC che offre la possibilità di seguire una civilità dai suoi veri inizi, quelli di un essere monocellulare che si deve far spazio a morsi nel marasma dell’oceano primordiale. Una volta evoluta, la creatura si fa crescere le gambe e raggiunge la terraferma, dove si evolverà ancora, facendo conoscenza, più o meno pacificamente, con altre creature. Una volta raggiunto il nuovo traguardo, l’intelligenza, la creatura creerà la sua tribù, che dovrà vedersela con altre tribù dei dintorni. Quando ne avrà conquistate a sufficienza, scoprirà la civilizzazione e subito inizierà a fare la guerra a quelli della propria specie, cercando di ottenere il dominio assoluto sul proprio mondo. A questo punto varcherà l’ultima frontiera, lo spazio infinito, cercando di spingersi verso il centro della galassia. E’ questa la trama di un gioco che, in realtà, somiglia molto di più a un giocattolo, come scritto in una recensione la settimana scorsa. vero, Spore in quanto gioco è un’accozzaglia di generi molto ben amalgamati, ma semplici se presi a sé. Quello che però fa la forza di questo incredibile gioiello tecnico è la possibilità di modificare quasi tutti i contenuti del gioco. La creatura, dall’essere monocellulare alla tribù, offre la possibilità di un’evoluzione creativa, aggiungendo un arto qua e una bocca là, creando una serie praticamente infinita di possibilità per l’evoluzione. Forse la libertà offerta è addirittura eccessiva, pensando che una creatura, tra uno stadio evolutivo e l’altro, potrebbe cambiare radicalmente il proprio aspetto più di una volta, fino a essere completamente irriconoscibile. Una volta arrivati alla fase civiltà, si potranno creare strutture a partire da zero, aggiungendo muri, porte e finestre, decorazioni. Si potranno costruire veicoli, con o senza ruote, con o senza ali, con o senza vele. E poi ci si potrà divertire a costruire la propria astronave. Nella fase Spazio, poi, oltre a commerciare e guerreggiare con le altre specie aliene incontrate, si possono modificare l’aspetto e l’atmosfera dei pianeti, prendendo magari un animale da un altro pianeta e trapiantandolo in giro per la galassia.

La libertà d’azione è quasi totale. Certo, le cose da fare sono poche, ma l’ordine in cui farle o i luoghi dove farle sono totalmente a scelta del giocatore. Se si aggiunge a questo la possibilità di condividere online le proprie creazione e sapere che saranno viste da altri giocatori durante le loro partite, il gioco diventa davvero un’occasione strepitosa.

La grafica è mostruosa. Certo, non sarà al livello di altre produzioni, ma una creatura messa insieme in 10 minuti si muove in maniera realistica, ha una sua voce, ha una sua personalità. Spore non ha difetti, tranne forse l’eccessiva libertà e la carenza di cose diverse da fare… ma non oso immaginare cosa non faranno con le espansioni…

Questo è il primo gioco, quello extra longevo, quello liberissimo, quello studiato e creato alla grande. Poi ho provato Mass Effect, che è tutto un altro genere, tutta un’altra storia, tutta un’altra grafica. Ma davvero tutta un’altra grafica. L’ho installato ieri, ho visto l’introduzione che, nei giochi Bioware, è quasi sempre interattiva e sono rimasto basito dalla qualità della grafica e delle animazioni di questa meraviglia.

Una grafica sbalorditiva, davvero: le ombre, le luci, le espressioni dei volti quando i personaggi parlano. Rimani a bocca aperta a ogni dialogo. Anche le ambientazioni sono rese strepitosamente. Il gioco in sé è un gioco di ruolo e d’azione al tempo stesso. Le parti di azione, che sono divise in missioni, si fanno con una squadra di tre personaggi, con il protagonista al comando. Interessante, magari ripetitiva ma è quello che si trova da fare in un gioco del genere. Tra l’altro, è un gioco Bioware, grandi maestri del genere dei giochi di ruolo, con alle spalle capolavori del calibro di Neverwinter Nights o Knights of the Old Republic. La storia sembra interessante, anche se l’ho soltanto iniziato. Vedremo quante saranno le sottomissioni.

Dopo un periodo di titoli uguali a se stessi (ovvio, Mass Effect non si allontana troppo dai suoi concorrenti), finalmente un titolo estremamente originale quale è Spore ci voleva proprio. Mass Effect, invece, è una prova che i giochi possono apparire veramente bene. Se poi meritino di essere giocati, è tutta un’altra storia. Secondo me sono soldi ben spesi, dico solo questo.

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Nel blogroll…

Alessandro Bragalini è un illustratore.

Quando lo conobbi era un liceale con la passione per il disegno. Collaborammo nella realizzazione di alcune illustrazioni, nonché di un fumetto (di cui ora ricordo soltanto la copertina) per attività più o meno serie legate a una nostra passione comune, Guerre Stellari (io continuerò sempre a chiamarlo così, checché ne pensi Lucas). E’ passato molto tempo da allora, credo 7 o 8 anni. Alessandro è maturato, ha studiato e ora è un illustratore professionista (nel senso che si fa pagare per quello che fa). Il suo talento rimane grande, e le sue ultime illustrazioni sono sinceramente spettacolari. Il suo blog racconta la storia di un ragazzo con la passione per il disegno e per il fumetto, uno che disegna per gioia anche quando lo fa di mestiere.

Vedere per credere. Se vi piacciono le illustrazioni e se vi piacciono i fumetti, date un’occhiata al blog: blogpw.brahamil.it!

Il coraggio di cambiare

Il mio lavoro mi soddisfa. Faccio parte della redazione di una minuscola casa editrice, dedita alla pubblicazione di riviste dedicate al mondo dei giochi di logica, dal Sudoku ai crucipixel, dal tatami alla battaglia navale, fino alle griglie logiche. Il mio lavoro, per la maggior parte, mi diverte assai. L’unico problema è una mia certa tendenza alla distrazione, a perdermi un po’ via mentre dovrei lavorare (come adesso, per fare un esempio). A parte il certosino controllo della rivista prima della mandata in stampa, che è un lavoro estremamente noioso e che richiede una dose notevole di concentrazione, penso anche di essere bravo.

Quello che il mio lavoro ha che non va, a questo punto, è il fatto che gli uffici si trovano nel centro di Milano, a pochi passi dalla Stazione Centrale. Peccato che io, da ormai 3 anni, non prenda più il treno per venire a Milano. Il fatto di viaggiare in bus per i 40 km che separano Crema da Milano, rende l’inizio e la fine di ogni mia giornata un supplizio pendolaristico. Sveglia alle 6:30, uscita di casa alle 7:00, bus alle 7:15. Arrivo a Milano (fermata del metrò) tra le 8:00 e le 8:15, più una mezz’oretta di metrò fino all’ufficio. Morale della fiaba, ogni mattina esco alle 7:00 e arrivo in ufficio, se va bene, alle 8:45. Stessa cosa dicasi per il ritorno: fine lavoro alle 18:00, mezz’oretta di metrò, bus, se va bene, alle 18:40, arrivo in casa alle 19:40. Di nuovo, oltre un’ora e quaranta minuti per gli spostamenti. Totale, tre ore e venti. Ogni giorno perdo tre ore tra andare e tornare. Di queste tre ore, che io possa utilizzare per fare altro rimangono poco più di 90 minuti, giusto il viaggio in bus (sempre che non sia affollato).

Il problema è che io sono sempre stato un pendolare. Dalla scuola, a oltre 30 km, ai primi impieghi, tutti tra Varese e Milano, con viaggio minimo di mezz’ora. E’ da qualche mese, ormai, che non sta diventando sempre più difficile per me accettare questa situazione. Ma quali soluzioni ci sono? Abitare a Milano? Non posso permettermelo, con lo stipendio da metalmeccanico che la casa editrice mi paga. Cambiare lavoro? Difficile, a 37 anni, nel mondo in cui viviamo oggi.

Una soluzione, effettivamente, ci sarebbe, e proviene dalla mia personalità. In quanto estremamente curioso, tendo a sapere abbastanza cosa su una quantità di argomenti, pur non avendo il sapere totale di un argomento specifico. Insomma, sono abile in tante cose, ma esperto in nessuna. Per esempio, sono in grado di costruire siti web, non con flash o con una solida programmazione, ma siti statici o vagamente dinamici sono in grado di realizzarli; in più, conosco abbastanza bene le meccaniche dei motori di ricerca, potendo quindi lavorare per ottimizzare un sito web perché possa essere più visibile. Mi piace costruire loghi. Conosco benissimo (questo sì è un campo nel quale eccello) l’inglese, che per me è sempre stata una prima-lingua-e-mezzo. Sono piuttosto bravo a insegnare, cosa che potrei sfruttare sia in ripetizioni che in corsi d’inglese nelle aziende (che ho già fatto con discreto successo). Sono diplomato traduttore, con alle spalle un lavoro per la Rizzoli (9 anni fa, vero, però sono comunque in grado di tradurre da e verso l’inglese). Sono un videogiocatore, appassionato di videogame per PC, ma conosco anche piuttosto bene i giochi logici, per alcuni dei quali so costruire schemi validi. Sono appassionato di cinema e DVD, anche se non so questo dove potrebbe portarmi.

La soluzione cui accennavo sarebbe, ovviamente, mettermi in proprio, farmi la partita iva e lavorare da casa, facendo probabilmente di tutto un po’, tra siti web personali e aziendali, traduzioni, lezioni e ripetizioni, schemi di giochi logici per la mia casa editrice o per altri. Ci sono molte cose che potrei fare, che mi permetterebbero di lavorare a casa o comunque nei dintorni di Crema. Sono convinto che potrei fare molto bene.

Ottimo, mi è stato più volte detto, e allora perché non lo fai? Perché non ti butti su un’attività in proprio, di telelavoro? Al momento, le ragioni che posso dare sono due.

1. Sono una persona poco capace di organizzare il proprio tempo e il proprio lavoro. La mia tendenza a distrarmi e a posticipare potrebbe crearmi non pochi grattacapi, nel caso di consegne urgenti.

2. Ho paura. Paura di non riuscire a gestire tutto questo, paura di ritrovarmi senza un lavoro, senza ferie pagate, senza malattia pagata, senza la sicurezza data dal lavoro fisso. Paura di non riuscire a trovare altri lavori nel caso dovesse fallire questa idea. Paura di caricare sulle spalle di mia moglie questo fallimento, di non essere in grado di pagare l’affitto o il mutuo, qualora ci fosse, considerando che lei, al momento, guadagna meno del magro bottino che porto a casa io.

Lavorare da casa sarebbe un sogno, sicuramente, ma ho così tante possibilità di fallire che il terrore mi attanaglia e non mi lascia libero. Quello che mi manca, in tre parole, è il coraggio di cambiare. Cambiare vita e abitudini, imparare alla soglia dei 40 anni a organizzarmi, a modificare il mio modo di fare le cose.

Lasciare il noto per l’ignoto, lasciare la sedia calda per non so cosa, lasciare la sicurezza economica, per quanto magra, per una professione che potrebbe darmi grandi soddisfazioni a livello anche monetario, ma che avrebbe certamente dei periodi di stanca, come l’estate (ho svariati esempi di lavoratori in proprio che in estate devono tirare la cinghia perché, fondamentalmente, d’estate il lavoro non c’è).

Dove lo trovo, il coraggio di cambiare la mia vita?

Nel blogroll…

Non so lei chi sia. Non so come si chiami, non so che faccia abbia, non so da dove venga o cosa faccia di lavoro (c’è scritto, ma ammetto di aver capito molto poco). Dare una risposta a tali domande è, per il momento, ininfluente.

Il motivo per cui ne parlo è che, chiunque lei sia, dovunque stia e qualsiasi cosa faccia, mi piace come pensa e mi piace quello che scrive. Nel suo blog si imparano cose, ci si diverte, si scoprono aspetti interessanti di cose comuni. Si scoprono i pensieri di una 25enne accattivante. E non è poco.

http://desireclery.wordpress.com/ è l’indirizzo, scopritelo anche voi!

Io ballo irlandese!

Era il 2002. A quei tempi abitavo ancora in quel del Varesotto, a Sesto Calende.  Si avvicinava l’estate, quando Marco, per tutti quanti il Gringo, mi propose una serata diversa: concerto di musica irlandese e spettacolo di danze, tutti in un finesettimana nella piazza principale di Sesto. Io, che non è che fossi uno che usciva tutte le sere, dissi di sì per curiosità e perché, dentro, ho sempre amato l’Irlanda. Non so perché, manco ci sono mai stato, ma l’ho sempre amata lo stesso.

La prima serata, il sabato, c’erano di scena di Gens d’Ys. “Ma chi saranno mai?” mi chiesi, mentre mi sistemavo sulla scomodissima seggiolina di plastica, tipica degli spettacoli all’aperto. Un gruppo di ragazzi di svariate età si presentarono sul palco, abbigliati sobriamente. Iniziarono musiche paragonabili alla country americana, pensai allora (ma oggi so che in realtà è la musica country a essere una pronipote della musica tradizionale irlandese) e il gruppo si mise a ballare. Danze interessanti, non c’è che dire. Anzi, più li guardavo e più mi veniva voglia di muovermi. La musica, la frenesia del ballo, l’atmosfera zanzarosa e calda, tutto faceva sì che le mie gambe e le mie braccia si muovessero a ritmo (le gambe a quello della musica, le braccia a quello degli insetti).

Ottimo spettacolo, quello di questi Gens D’Ys. E alla fine, grande ammucchiata in piazza, con un piccolo stage di danze. La prima che ci fecero provare si chiamava “Circle Circastle”, anche se loro la chiamavano amichevolmente “La Canadese” (mai capito poi il motivo, che c’entrerà mai col Canada…). Tutti intrecciati, a cerchio, si balla sempre con una partner diversa (che a volte è positivo, altre volte meno). Io mi imappinavo sui passi (che ridere, a pensarci adesso), mi muovevo goffo ma la sensazione più forte era ilarità. Avevo voglia di ridere (e se parlate con qualcuno che mi conosce, la cosa potrebbe stupirvi). Alla fine ero sudato all’inverosimile, mi ritrovavo umida pista aeroportuale per una manifestazione aerea di zanzare, ma ero contento, allegro, esaltato. Avevo voglia di andare avanti, anche se il mio corpo me lo sconsigliava. Seconda danza, più tranquilla e accompagnata dalle note di una marcia, era… ohibò, non mi ricordo il nome. So solo che era simpatica, allora. Dopo tre volte, iniziava a diventare leggermente noiosa… dopo 5 non ne potevi più e ti nascondevi in bagno pur di evitarla. Ma sto correndo troppo.

Finito lo stage, scoprii una cosa interessantissima: questi Gens D’Ys organizzavano corsi di queste danze. WOW! Sì, lo voglio, mi iscrivo subito! Quando si comincia? A ottobre? Ah… va beh, aspetterò e sarò sicuramente il primo degli iscritti. Gringo pare meno convinto: sì, forse, vediamo, non so, ne parliamo. In pratica, aveva già detto di no.

Alla fine, ottobre arrivò al galoppo, come fa tutti gli anni. A me, delle danze irlandesi era un po’ passata la voglia. Sì, sai com’è, la pigrizia, andare a letto tardi, sudare… io poi, quando inizio ad andare in palestra sono pieno di entusiasmo, ma dopo due settimane già non ne posso più. E alla fine ottobre passò, e io non mi iscrissi. Gringo, invece, sì. Alla fine di ottobre, verso il 20, iniziò a Milano il Capodanno Celtico. Il sabato mi feci convincere da Gringo ad andare giù, nella piazza dell’Arco alla fine di Parco Sempione. Ressa infinita, musica molto bella (nel frattempo mi ero molto appassionato alla musica tradizionale irlandese e soprattutto a un gruppo molto buono: gli Inis Fail, che restano, dopo 6 anni, tra i miei preferiti) ed ecco spuntare i Gens D’Ys. Non vi dico: nemmeno ballai, non so neanche perché, ma mi trovai comunque a ripensare a questa strana cosa delle danze. Sarà stato perché vedevo la faccia di Gringo, sorridente come non mai. Lo vedevo esaltato, OK goffo nei movimenti ma comunque era lì a provarci. Lui ci provava, lui che non voleva farlo all’inizio. Io, che all’inizio mi ero esaltato così tanto, stavo in disparte a guardare.

Il giovedì successivo, Gringo mi costrinse a seguirlo al corso. Va bene, ci vengo. Ah, senti, dobbiamo passare a prendere una ragazza che non ha la macchina ma vuole fare il corso. OK, vediamo. Anna, si chiama, Anna Grech, è polacca. Ohibò. Il giovedì in questione, per uno strano caso, era il giorno di Halloween, festa irlandese (che nessuno dica che è americana, se no divento una bestia). Andammo al corso, recuperando Anna. OK, ragazzi, oggi abbiamo due nuovi allievi. Conobbi Danilo, Andrea, Valerio, Germana, Alessandra (la prof), Monica e un sacco di altra gente. Lezione meravigliosamente massacrante, alla fine facevo fatica a reggermi in piedi, avevo muscoli doloranti ovunque, anche dove muscoli non ce ne dovrebbero essere. Però ero anche estremamente sereno e allegro, fantasticamente rilassato e tranquillo. Gringo, se ad Anna va bene, andiamo a farci una birra per Halloween? Anna, tu ci stai? Sentite, qualcuno vuole venire a bersi una birra con noi?

Alla fine, distrutti ma contenti, nel pub ci siamo io, Anna, Gringo, Andrea, Danilo, Monica e Alessandra. E’ un bel gruppetto, che ben presto diventerà molto affiatato. L’inizio di una lunga amicizia con alcuni membri del gruppo, che dura a tutt’oggi…

Queste per me sono le danze irlandesi. Amicizia, serenità, allegria, voglia di muoversi e soprattutto massacrante attività aerobica. E’ meglio dell’aquagym! Sono passati sei anni, da tre non ballo ma non passa anno senza che la voglia di ritornare a ballare non mi torni. E quest’anno, con un corso organizzato nel giorno e all’ora giusti, ricomincio a Milano. Ho proprio voglia di ballare, anche se la mia qualità resta quella che è…

Ma alla fin fine, cosa c’è di così bello in queste danze? Non saprei dirlo. Forse è il fatto che per la maggior parte, si balla in gruppo. Forse è la stanca soddisfazione dopo una serata danzante, forse è l’energia che sprigionano i passi, forse è la musica che trascina e fa venir voglia di ballare ancora, e ancora. Probabile che sia un mix di tutto questo e di altro ancora, come l’amicizia, la facilità con cui si comunica con gli altri ballerini. Forse c’è anche qualcosa di atavico, una spinta a balli tribali con musiche molto ritmate da tamburi di pelle. Fatto sta che, una volta provate le danze irlandesi scozzesi e bretoni, è difficile, molto difficile farne a meno.

Dedico questo a Gringo, Anna, Danilo, Valerio, Germana, Susanna, Alberto, Letizia, Patrizia, agli insegnanti Alessandra, Ilaria, Alessia, Cristian, Angelo. La mia gratitudine va sicuramente a Umberto, il creatore megalomane dei Gens D’Ys! Senza di lui, non sarei qui a decantare le lodi della danza irlandese.

Voglio una polo con le righe verticali!

Io e la moda siamo su due piani di esistenza diversi, c’è poco da fare. Non è che io non sono interessato (cosa peraltro vera), è che proprio non riesco a seguirla o, meglio, a capirla. Non ne capisco le varie tendenze, non comprendo come mai quest’anno, sempre che sia vero, il lilla sia in e il blu sia out. Ma soprattutto non capisco perché non esistano polo con le righe verticali!

Forse nessuno ci ha mai fatto caso, ma non credo… però è davvero così. Ci sono camice con le righe verticali, pullover, anche se pochi. Ma le polo sono in tinta unita, con strani disegni, oppure con le righe orizzontali. Di verticale non c’è niente. Perché?!

Cos’hanno le righe verticali che non vanno per una polo? E le righe orizzontali per una camicia?! Perché i pullover a rombi sono considerati (non da me, per carità) un classico, mentre una camicia a rombi è una cosa fuori dal mondo?

Io ne comprerei a bizzeffe, di polo con le righe verticali! Mi piacciono un sacco le righe verticali. Però nessuno le fa e io, se voglio delle righe verticali, devo comprarmi una camicia. Ma diamine, a me piacciono anche le polo! E odio le righe orizzontali. Quindi compro solo polo in tinta unita e camice a righe. Ma non capisco proprio perché devo scendere a compromessi anche con i miei vestiti!

Chissà se mai qualcuno mi toglierà questo atroce dubbio o se, ancora meglio, qualche produttore di polo avrà il coraggio di farne uscire qualcuna con le righe verticali… io aspetto e spero e, magari, mi butto e le faccio io… :)

Le gente, come entità, mi fa una paura tremenda…

La gente è un’entità. Composta da un sacco di ripetizioni di un’altra entità, “la persona”. Mi spaventa l’entità “la gente”. Perché la gente, come entità, si comporta in modo diverso dalla somma delle sue componenti, le entità “la persona”. Queste sono tutte diverse tra loro, ma quando sono riunite all’interno della “gente” diventano qualcosa di diverso, fanno le stesse cose, dicono le stesse cose, vogliono le stesse cose.

Io sono una voce fuori dal coro, ma neanche poi sempre. Quello che di più mi spaventa di questa entità “gente” è che a volte mi assorbe e mi trovo a dire o fare o pensare cose che non sono quelle che di solito dico e faccio e penso, quando sono da solo.

Odio le folle. Odio stare in mezzo al marasma, che sia nel traffico autostradale o in fila al museo, schiacciato contro le transenne a un evento o guidato da duemila piedi che vanno dalla stessa parte. Mi piace l’idea di essere la voce fuori dal coro, di essere l’isola con due piedi fermi nel mare di piedi che vanno da una parte sola. Mi piace l’idea di essere diverso e unico, anche se, alla fin fine, ci si sente un po’ soli.

La gente compra quello che le dicono di comprare, e anch’io finisco per desiderare nuove versioni di quello che già ho… l’Ipod, l’Iphone, il cellulare col touchscreen, quel computer, quel monitor o un televisore al plasma. Mi piacerebbe avere i soldi per restare sempre aggiornato, con gli ultimissimi gadget di scarsa utilità (ho dovuto cancellare, perché il mio cervello voleva che scrivessi “utilissimi” gadget). Ma lo faccio solo perché sono curioso, perché mi piacciono le novità. Il mio ultranuovo samsung, che ho comprato in preda a smanie… beh, lo uso di rado per telefonare, non ci faccio mai foto, non gioco e non ascolto musica. E allora perché ce l’ho? Perchè, quando dovevo cambiare il cellulare, era tra i migliori in commercio. Ora, probabilmente, smanierei per l’iphone, anche se ho già l’Itouch e quindi manca solo la funzione telefono.

Nel film “Men in Black” Tommy Lee Jones dice a Will Smith, “Le persone sono intelligenti, la gente è stupida”. Come mai, mi chiedo, una somma di entità positive possa creare una sola entità negativa? In matematica “positivo più positivo” non fa mai negativo. E allora com’è possibile che nel passaggio da persona a gente ci sia questa trasformazione in peggio? Perché un lemming da solo pensa solo a mangiare, dormire e riprodursi, mentre, una folla di Lemming prende e si butta dal dirupo più vicino?

Perché una persona da sola è consapevole che fare otto ore di coda in autostrada è una noia mortale, ma quando deve partire per le vacanze lo fa quando stanno partendo in altri 10 milioni? Perché una persona ha ben chiaro quanti soldi si devono spendere, ma quando sta in mezzo alla gente compra le cose più inutili, basta buttare dei soldi?

La gente, come entità, mi fa una paura tremenda.